domenica 13 giugno 2010

Remo Danovi: Etica, tra cinema e realtà.




«La responsabilità delle donne che lasciano il potere agli uomini è la stessa di quelli come noi, pigri e inutili, che delegano la guida agli uomini disonesti». Parole forti quelle di Remo Danovi, avvocato e professore universitario nonché membro per diversi anni del Consiglio nazionale forense fino a diventare presidente negli anni 2000, ospite dell’ultimo caffè giuridico letterario organizzato dall’associazione “Diritto di difesa”. L’occasione è la presentazione del libro, “Processo al buio. Lezioni di etica in venti film” in cui Danovi ha utilizzato il genere del legal thriller per esaminare il rapporto tra diritto e giustizia, etica e verità. «Il libro è nato da un’osservazione pratica: utilizzavo esempi cinematografici durante le lezioni e, agli esami, se i miei studenti avevano difficoltà coi principi giuridici, ricordavano perfettamente le scene dei film», racconta il giurista milanese. L’excursus parte dagli anni Cinquanta con pellicole come “Rashomon” di Akira Kurosawa («Un omicidio raccontato da cinque persone diverse e in altrettanti modi differenti») e “La parola ai giurati” di Sidney Lumet («Il ragionevole dubbio di un giurato che progressivamente instilla negli altri la possibilità della non colpevolezza di un ragazzo nero accusato di parricidio») per analizzare il nesso tra giustizia e verità («Uno scrittore messicano sostiene che “la verità è il profumo di un mazzo di errori”; allora, per raggiungerla occorre l’impegno di tutti»). Quindi, si passa a lungometraggi come Il verdetto, in cui Paul Newman interpreta un avvocato in declino che fa di tutto per accaparrarsi i clienti, o Conflitto di classe di Michael Apted, che consente allo scrittore di descrivere l’istituto del “Discovery of documents” per cui «in America, un giudice può ordinare l’esibizione tutti i documenti utili al raggiungimento della verità, anche la corrispondenza tra il legale e il cliente: una cosa impensabile nel nostro sistema». Il filo conduttore del saggio è, comunque, l’etica e Danovi, autore del codice deontologico di categoria, si abbandona in un’appassionata arringa: «La domanda che dobbiamo porci è cosa rappresenta oggi l’etica - dice -. Considero l’avvocato colui che si dà carico delle pene e dei pensieri altrui quando sono in difficoltà. Pertanto, un valido professionista, non può pensare solo alla realizzazione personale ma deve calarsi nel contesto in cui vive e lavora». «Oggi assistiamo ad una caduta dei valori e alla dimenticanza dei principi che caratterizzano una nazione - prosegue amaro l’autore - e se colui che deve difendere il bene pubblico non lo fa, è un problema: pensate al Parlamento, e al sistema delle impronte digitale per evitare il fenomeno dei pianisti: il degrado inizia proprio lì». Quindi l’elogio al mondo femminile e la citazione di film come Il cliente con Susan Sarandon («Il bambino ha solo un dollaro e lei accetta dicendo che è il suo onorario») o Erin Brockovich con Julia Roberts («Significativa la frase “Non sono un avvocato ma capisco la differenza tra ciò che è bene e ciò che è male”»). E proprio una donna, la presidente dell’associazione Diritto di difesa, Daniela Palaia, ha introdotto l’incontro esprimendo tutta la soddisfazione per il successo di pubblico ottenuto e l’importanza dei relatori che hanno partecipato ai caffè giuridico letterari, rinviando alla prossima stagione per nuovi appuntamenti.

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