Testo di Dario Scimé.
“Cu nesci arrinesci”. Chi abbandona la sua terra, è destinato al successo. Il suo coraggio sarà premiato e avrà una vita piena, ricca di soddisfazioni e libera dal bisogno. La verità è tanto evidente da essere divenuta proverbiale ed incastonarsi nella mente di generazioni di uomini e donne del meridione che, caricati i loro averi su navi ed aerei, hanno portato le loro vite verso le pizzerie, le miniere o le fabbriche dietro le cui insegne rosseggiava il sogno della terra promessa. Mai nessuno, né fra i partenti né fra coloro che restavano, si era mai interrogato sulla premessa che faceva da sfondo a questo proverbio e cioè come mai il partire fosse divenuto inevitabile, come mai la terra di origine non avrebbe ripagato i sacrifici né offerto frutti ai suoi figli affamati. Tutti l’accettavano, la premessa, così come si accetta un dogma di fede. Devono aver ragionato così anche alcuni miei parenti. Tutti partiti per inseguire il sogno americano. Uno si è fermato a Brooklyn, ha sposato una calabrese ed ha avuto due figli, cui ha imposto il nome dei nonni. Ogni tanto tornava a trovarci e allora si abbandonava ad un rancoroso elogio della distribuzione idrica americana. “Ancora cu i biduna siti? A me casa mi fazzu a doccia deci voti o iornu”. Un altro aveva aperto una pizzeria in New Jersey. Le foto ci parlavano di case e frigoriferi sempre più grandi. Eppure, il giorno che l’andai a trovare, mi venne a prendere con una Fiat 131 Supermirafiori. Quando gli chiesi il perché di quell’automobile, mi rispose che al momento di partire aveva giurato a se stesso che avrebbe guidato la migliore macchina italiana. Non la migliore in assoluto, pensai io, ma la migliore d’Italia. Ed ebbi piena contezza del perché nessun emigrante, seppur ricco, sarebbe mai stato realmente felice. Ma quale fenomeno, storico, sociale o economico era dietro la partenza dei miei zii? Chi aveva fatto sì che un siciliano o un calabrese venissero al mondo con il gene del migrante? Chi aveva inaridito una terra agognata dai greci e dagli arabi? A queste domande rispondono “I cumparielli”, i vivi personaggi creati da Walter Vespertini, un calabrese emigrato a Roma, le cui storie individuali, squarciando il velo della storiografia ufficiale, meritano di diventare memoria collettiva di ogni meridionale.
“Cu nesci arrinesci”. Chi abbandona la sua terra, è destinato al successo. Il suo coraggio sarà premiato e avrà una vita piena, ricca di soddisfazioni e libera dal bisogno. La verità è tanto evidente da essere divenuta proverbiale ed incastonarsi nella mente di generazioni di uomini e donne del meridione che, caricati i loro averi su navi ed aerei, hanno portato le loro vite verso le pizzerie, le miniere o le fabbriche dietro le cui insegne rosseggiava il sogno della terra promessa. Mai nessuno, né fra i partenti né fra coloro che restavano, si era mai interrogato sulla premessa che faceva da sfondo a questo proverbio e cioè come mai il partire fosse divenuto inevitabile, come mai la terra di origine non avrebbe ripagato i sacrifici né offerto frutti ai suoi figli affamati. Tutti l’accettavano, la premessa, così come si accetta un dogma di fede. Devono aver ragionato così anche alcuni miei parenti. Tutti partiti per inseguire il sogno americano. Uno si è fermato a Brooklyn, ha sposato una calabrese ed ha avuto due figli, cui ha imposto il nome dei nonni. Ogni tanto tornava a trovarci e allora si abbandonava ad un rancoroso elogio della distribuzione idrica americana. “Ancora cu i biduna siti? A me casa mi fazzu a doccia deci voti o iornu”. Un altro aveva aperto una pizzeria in New Jersey. Le foto ci parlavano di case e frigoriferi sempre più grandi. Eppure, il giorno che l’andai a trovare, mi venne a prendere con una Fiat 131 Supermirafiori. Quando gli chiesi il perché di quell’automobile, mi rispose che al momento di partire aveva giurato a se stesso che avrebbe guidato la migliore macchina italiana. Non la migliore in assoluto, pensai io, ma la migliore d’Italia. Ed ebbi piena contezza del perché nessun emigrante, seppur ricco, sarebbe mai stato realmente felice. Ma quale fenomeno, storico, sociale o economico era dietro la partenza dei miei zii? Chi aveva fatto sì che un siciliano o un calabrese venissero al mondo con il gene del migrante? Chi aveva inaridito una terra agognata dai greci e dagli arabi? A queste domande rispondono “I cumparielli”, i vivi personaggi creati da Walter Vespertini, un calabrese emigrato a Roma, le cui storie individuali, squarciando il velo della storiografia ufficiale, meritano di diventare memoria collettiva di ogni meridionale.
"I cumparielli" al teatro Masciari di Catanzaro.
Foto di Angelo Maggio - www.etnofotografia.com

Antonio Grosso (Antonio) e Maria Concetta Campennì (Michelina).

Da sx: Maria Concetta Campennì, Paolo Russo (Pietro), Caterina Mannello (Marianna),Arturo Versaci (Vitaliano) e Antonio Grosso.

Da sx: Alberto Canali (Il colonnello), Mario Taddeo (Il maresciallo) e Arturo Versaci.

Da sx: Antonio Grosso, Arturo Versaci e Paolo Russo.
1 commento:
Ora capisco perchè non ho successo in Calabria. Devo uscire dalla mia terra. E sono anche sicuro che quelle stesse persone che ora fanno finta di non vedermi poi, con il successo altrove, mi chiamerebbero per dirmi: "ti ricordi quanto ho fatto per te! dai dammi una mano per mio figlio che non trova un lavoro, non sa fare niente, ma se si ci mette è un genio!" Già se si ci mette....
Climaco, ma sai chi sono. Ciao Mirko
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